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Stefano Pelloni (il Passatore di Roberto Moro)

Il bandito Passatore ci guarda seminascosto nella penombra, come da copione. La sua statua tiene sotto tiro i passanti dal centro della rotonda che incontriamo entrando in Faenza. Sono quasi le due di notte, ancora tre chilometri e sarà finita. Chissà se a metà ottocento Stefano Pelloni, quando morì per mano della Gendarmeria pontificia a nemmeno ventisette anni, poteva immaginare che sarebbe passato alla storia, adottato come simbolo della diretta, cruda, sincerità toscana e dell’indomito ed anarcoide spirito emiliano romagnolo, perlomeno in questo angolo d’appennino. 100 Km. del Passatore, quarantasettesima edizione. Siamo partiti da Firenze alle tre del pomeriggio in un’assolata piazza Duomo. Sul selciato più di tremilatrecento partenti con un seguito di parenti ed amici, tutt’intorno la cattedrale di Santa Maria del Fiore ed il Battistero, in alto il cupolone del Brunelleschi. Una bellezza che toglie il fiato e commuove. Carmen dopo la foto di rito mi saluta, proverà a posizionarsi lungo il percorso per un paio di appuntamenti programmati nonostante la viabilità debba subire modifiche non chiarissime, “à l'italienne”. All'interno dei cancelli la ressa è notevole, sale l'agitazione, accanto a me il gruppo di lombardi di Giuseppe, un amico pacer, incontrato sul Lago di Como. Ci sono corridori per tutti i gusti a questa classica, soprattutto non più verdissimi. A vista età media quarantacinque e più. Uomini, donne, coppie, gruppi, numerosi stranieri ed anche runners decisamente fuori forma compongono il panorama. Molti per strada si faranno accompagnare dando vita ad uno sciame di ciclisti al seguito. Noto che il colore dominante delle magliette è l'azzurro declinato in molte tonalità, la mia, dell'Atletica Novese, non si sentirà certo sola. Accanto a noi un atleta veterano in canotta sfoggia una scritta: Alessio, 2018 record mondiale….. Vedo che non disdegna il dialogo e chiacchiera volentieri, faccio la faccia buona e domando cosa significhi. Mi informa che nel settembre scorso ha stabilito il record mondiale di chilometri corsi consecutivamente in sei giorni: settecentotrentuno. Proprio così, sette “passatori” e spiccioli. Sono stupefatto. Chiedo anche se abbia dormito almeno un poco e quanti anni abbia. Risposte: si, sei ore, sessantotto. In rete si può trovare il resoconto dell'impresa che mi pare impossibile da aggettivare. Il nome dell'atleta è Alessio Malena. Partiamo sotto gli occhi curiosi delle solite centinaia di turisti che affollano l'area. Attraversiamo il centro e ci dirigiamo verso Fiesole, ci aspettano una dozzina di chilometri di salita nel caldo torrido del primo pomeriggio. La gara è corsa all'inizio in una bellissima campagna toscana dove la natura e l'uomo sembrano destinati all'armonia. Non stupisce che da qui il Rinascimento abbia cambiato il mondo. Ulivi e cipressi disegnano colline di radure e boschetti cedui. Affronteremo la salita alla mitica “Colla di Casaglia” posta al quarantottesimo a quasi mille metri, poi giù verso il ravennate. Scollinando nei tornanti viscidi e freddi dove ad ogni passo le mie dita dentro le scarpe mi ricordano che non mi hanno fatto niente di male, i più di dieci chilometri di ripida salita per arrivare fino al ristoro della sommità sono ormai archiviati. Li abbiamo percorsi in una valletta boschiva da fiaba su un asfalto madido di pioggia che dal trentesimo ha capovolto il meteo e che per fortuna ci ha preceduti di quel tanto che basta. La discesa spiana ed il paesaggio si fa selvaggio, mi ricorda la Maremma. Attraversiamo i radi paesi lindi ed ordinati che si susseguiranno fino all'arrivo nella magnifica Piazza del Popolo faentina. La gente è in festa, il clima caloroso, il tifo non manca. I fornitissimi ed efficienti ristori ogni cinque chilometri sono l'obiettivo che ti da la forza di continuare con la frontale ben accesa, spesso nel buio totale. Difficile però restare soli, a tiro di vista qualche concorrente è sempre individuabile. La parte più difficile? Personalmente gli ultimi trentacinque tentando di restare concentrato e non ascoltare un corpo ormai assai restio a proseguire. Al cancello di partenza l'incredibile recordman brizzolato, una volta compreso della mia “prima volta", mi aveva messo una mano sulla spalla e guardandomi negli occhi ha sentenziato: “Non ti preoccupare, se sei stanco rifiata, non forzare mai, andrà tutto bene". L'attestato di partecipazione stampato all’arrivo racconta di 11 ore e tredici minuti, sei e quarantatré di media sul chilometro, trecentoquindicesimo. È andato tutto bene.

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