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Mezza tempesta (by Roberto Moro, in versione pacer)

5 maggio - Il “ramo del Lago di Como” che ospita la mezza maratona di oggi è, diciamolo, parecchio arruffato. Un vento impetuoso increspa l’acqua del Lario e già in arrivo, dall’alto dell’autostrada, si vedono i cavalloni color dell’acciaio inseguirsi a migliaia. In basso, il mattiniero popolo della corsa con la testa affondata tra berretti e cappucci, si muove nell’attesa intirizzito e non molto entusiasta. Ai cancelli dello stadio Sinigaglia le potenti folate alzano mulinelli multicolori in un pachwork di tinte autunnali fuori stagione con vecchie foglie secche in mezzo a quelle strappate or ora. Sono partito alle 5, alle 7 ho appuntamento con il gruppo dei Pacer, probabilmente mi daranno il tempo di 1:45. A Novi pioveva lievemente, il meteo prevede robusti rovesci, vedremo. All’altezza di Lainate, dopo una pioggia battente, il cielo improvvisamente meno congestionato mi ha rivelato le creste dei monti circostanti piene di neve bianchissima. È fresca, da queste parti finora niente primavera. Sono uscito dall’autostrada a Monte Olimpino, la presuntuosa modestia del vezzeggiativo mi strappa un sorriso. Il gruppo dei pacer è ordinato ed efficiente, rivela esperienza. Sono alla mia seconda partecipazione ma mi trattano con aperta amicizia. Fissiamo i palloncini alle magliette, mi dicono che la maggioranza di noi arriverà senza, ce li strapperà il vento. Ammetto di aver dubitato, mi ricrederò. Ci schieriamo al via. Si parte, ho il tempo di 1:45 (come previsto) trascritto su due lucidi, infantili palloncini azzurri, il colore dei Savoia. Lo splendido lungolago in partenza è spazzato da una vera e propria mareggiata, anche se non penso che si dica così, qui il mare non c’è. Ci sono però le onde, grandi, ipnotiche. Il lago schiuma di rabbia, furioso. Siamo milleduecento, pettorali sold out nonostante una giornata da surf estremo piuttosto che da corsa. Il percorso è ondulato, con due salite vere di cui una impegnativa e lunga. Abbiamo il vento in faccia, a tratti ci respinge, in certi punti taglia il respiro. Mi consola l’idea che il ritorno sarà meno duro. Spero. La superfice alla nostra destra è percorsa da nuvole di vapore fitto come pioggia che nei punti esposti ci raggiunge aumentando il senso di freddo. Nei tratti riparati ci si rigenera. Giro di boa tra i fischi assordanti del sistema di rilevamento dei tempi. Abbiamo incrociato i primi sulla via del ritorno già da un po’, quelli dietro di noi ci sfilano accanto in senso contrario ancora per due tre chilometri buoni. Sono un poco in anticipo, rifiato e scambio qualche parola con chi comincia a doversi distrarre dalla fatica. I pacers rassicurano, lo so, li ho seguiti ed utilizzati ben più di una volta. Arriviamo al ventunesimo e spiccioli, il vento non è calato di una virgola. Tutti verso il ristoro, spero avranno un tè caldo. Purtroppo il tè è disponibile nella sola versione estiva, declino, in compenso propongono pane e nutella, per i golosi. Opto per una scelta di frutta che mi è più congeniale. Ritorno nello spogliatoio, stavolta i vapori sono dell’acqua calda della doccia. Tra poco risalirò in macchina e sarò a casa, probabilmente in tempo per il pranzo. Sono rilassato. Un bel pasto caldo, ecco quello che desidero ora.

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