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Monte Reale (con gli occhi e le parole di Roberto Moro)

2 giugno  Stamattina siamo saliti al Monte Reale partecipando al 33° Giro organizzato dall’Atletica Valle Scrivia. In settimana con Giacomo ci siamo detti: “perché no?” e così eccoci in macchina verso questa Corsa in Montagna (così recita il depliant informativo) di 10 chilometri con un dislivello positivo di 575 metri. Sono curioso. Da anni, quando percorro la A7 da Genova a Serravalle, scorgo, dopo le gallerie di Busalla, una Chiesa alla sommità di un monte dalle pendici assai verticali. Mi sono sempre domandato cosa fosse. Ora lo so, è appunto l’omonimo Santuario che sovrasta Ronco ed al quale pare che i valligiani vogliano molto bene. All’arrivo incontriamo Teresa che del posto ha una certa esperienza avendolo scalato in escursioni fanciullesche e già corso lo scorso anno. Ci riscaldiamo nel tepore del sole mattutino calpestando il fondo morbido ed umido del Campo Sportivo locale. Magnifica giornata, fresca, arieggiata e luminosissima. Intorno a noi sta crescendo la locale fiera del 2 giugno, gli ambulanti montano le loro installazioni tra vocii e rombi di furgoni. Nell’aria comincia a percepirsi il profumo delle prime cipolle sui fornelli. Sarà Pane e Companatico. Nel frattempo scorgiamo qualche altra maglia sociale della Novese, penso che non me ne vorranno questi amici che per ora non conosco per nome. Partenza alle 9:30 sotto un cielo che si sta facendo fitto fitto di enormi batuffoli che paiono zucchero filato, anche l’azzurro è in fiera. Il sole va e viene mentre percorriamo il primo chilometro cittadino. Dopo il passaggio alla Chiesa ed aver attraversato il ponte romano che sbalza sopra le rocce affilate del torrente, affrontiamo la salita. Saranno tre chilometri ininterrotti molto molto ripidi. La variopinta fila indiana percorre il sentiero in ordinato, affaticato silenzio. Attraversiamo vallette e piccoli agglomerati di case poi, salendo, il paesaggio diventa Selvatico. I punti più ripidi sono aspri e pietrosi, la macchia mediterranea qui profuma di origano e menta ma anche di erica. Siamo proprio al confine dei due mondi: quello del Mare e l’altro, della Grande Pianura. Dopo l’ultimo bosco abitato da enormi massi vestiti di muschio lanuginoso eccoci in vetta. C’è una vista magnifica che purtroppo, correndo, si può solo intuire. E’ un lampo, una volta lasciataci alle spalle la statua bronzea di una grande aquila dalle ali spalancate cominciamo a scendere. Primo tratto tecnico e ripido. Pericolo, occorre fare attenzione agli appoggi. Più sotto spiana, il sentiero diventa corribile, poi si trasforma sotto i nostri piedi in una carrareccia larga e pietrosa. Il fango è poco, meno male, tanto meglio. Alla fine della lunga cavalcata nel verde torniamo sull’asfalto per l’ultimo chilometro. All’arrivo la folla incita ed applaude, lo Speaker ci aspetta ed onora tutti di buone parole. Durante la partenza aveva detto una frase commovente: “Ogni volta che indossiamo un pettorale in gara rappresentiamo anche tutti coloro che non possono farlo”. I ronchesi (si dice così?) sono generosi e saggi. Roberto Moro

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